Romagna: tanto di cappelletto

L’Italia è famosa nel mondo per le sue infinite bontà culinarie. Grazie alle venti regioni e a un passato pieno di invasori e di contaminazioni, il nostro Paese ha sviluppato nel tempo una grande varietà di tradizioni che rivivono ogni giorno sulla tavola di milioni di italiani.
Oggi ripercorriamo la storia di un caposaldo culinario di un territorio pieno di aromi e sapori come la Romagna: il cappelletto.
Il nome si rifà alla forma di un copricapo maschile in voga del Medioevo mentre la prima testimonianza documentata risale al 1811, quando il podestà di Forlì scrisse di questa pietanza come una radicata tradizione natalizia di quelle zone.
Sono due le varianti che negli anni si sono sviluppate e hanno dato luogo a tantissimi dibattiti sul ripieno: con o senza carne?
Documenti affermano che nei primi cappelletti la carne non era contemplata, mentre il grande critico gastromico di Forlimpopoli, Pellegrino Artusi, ne “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, scrive dei “cappelletti all’uso di Romagna con carne di maiale”.
Ma come si cucinano i caplèt (cappelletti nel dialetto romagnolo)?
Il consiglio per gustarli come nella migliore tradizione romagnola è quello di cuocerli nel brodo di cappone e di manzo magro.
Buon appetito!