Un mistero lungo due mila anni: la decifrazione dei geroglifici egizi

07 Set 2017

Il 27 settembre del 1922, la “Lettera a M. Dacier" dell'archeologo francese Jean-François Champollion, fu esposta per la prima volta all’Académie des Inscriptions et Belles Lettres di Parigi. In questo scritto Champollion descriveva le sue fondamentali intuizioni sui geroglifici, rimasti un mistero per duemila anni di storia. Fondamentale era stata la scoperta della preziosa Stele di Rosetta, una lastra in basalto su cui era iscritto un decreto di Tolomeo V, in geroglifico, demotico e greco. L’intuizione di Champollion era basata sul copto, una lingua usata dagli arabi che conquistarono l’Egitto nel 640 a.C. Senza il copto, ovvero la lingua che esprime il sistema di scrittura dei geroglifici, interpretarli sarebbe stato impossibile. Fu lo studioso Athanasius Kircher nel seicento a introdurre lo studio del copto in Europa, ipotizzando che fosse la lingua dei faraoni.
La scrittura e la letteratura copta che ha rimpiazzato l’egiziano, sono un portato della cristianizzazione dell'Egitto in epoca romana. Era un sistema di scrittura della lingua egiziana basata sul greco, nato per l’esigenza di convertire la popolazione indigena, mantenendo invariati dei termini “tecnici” fondamentali della religione cristiana.

Dopo la conquista araba e con l’islamizzazione dell'Egitto il copto venne gradualmente marginalizzato e sostituito dall’arabo. 

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